Sotto l’ombra di un bel fiore letto da Gian Paolo Serino

Sotto l’ombra di un bel fiore letto da Gian Paolo Serino

Il fascismo è tornato. Se non come dittatura visibile, certamente tra i romanzi che in questi mesi dominano le classifiche e i premi letterari.
Si pensi a “Le assaggiatrici”, romanzo vincitore del Premio Campiello, scritto da Rosella Postorino (per Feltrinelli), che racconta la storia di una donna che come compito aveva quello di assaggiare ogni pietanza destinata a Hitler per “assicurarsi” che non fosse avvelenata (questa settimana al quarto posto in classifica); o a “La ragazza con la Leika” di Helena Janeczek (Guanda editore, all’ottavo posto, con oltre centomila copie vendute) che ha vinto il Premio Strega ricordando Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia, lei compagna di Robert Capa e militante antifascista durante la Guerra Civile di Spagna nel 1937 o a “M. Il figlio del Secolo”, capolavoro assoluto assolutamente da leggere firmato da Antonio Scurati che ricostruisce in un romanzo-documentario la vita di Mussolini dal 1919 al 1925 (edito da Bompiani e da tre settimane in vetta alle classifiche di vendita). Tre romanzi di altissimo valore letterario e civile che ci raccontano anche il nostro presente: certo oggi non esiste un dittatore, almeno alle nostre coordinate geografiche, che ci imponga la propria volontà con la forza, ma si respira sicuramento un clima, non solo politico, molto vicino ai tempi che assecondarono fascismo e nazismo. Certo oggi il pericolo è maggiore perché il rischio non è quello di un grande dittatore, ma è certo possibile un dittatore con un sorriso sulle labbra, che ci domini non attraverso le punizioni, ma attraverso i piaceri e i divertimenti. E’ una realtà per certi versi kafkiana quella che stiamo vivendo: la stessa che descrive metaforicamente Cecco Bellosi nel romanzo verità “Sotto l’ombra di un bel fiore” (pubblicato da Edizioni Milieu). Cecco Bellosi ci fa comprendere come non esiste il pericolo del ritorno del fascismo perchè il fascismo non è mai andato via. Al di là della trama – che vede protagonisti partigiani e esuli, anche di prima grandezza in quella che è stata la Resistenza sull’Alto Lago e in Valtellina- è un romanzo che diventa spesso uno specchio d’inchiostro. E’ forse il primo romanzo sulla Resistenza che racconta i partigiani non come vinti, ma come sconfitti. Sconfitti dalle macerie morali di un’Italia del Dopoguerra che nel segno della ripresa economica, di un neorealismo che sembra confinato soltanto nei film, ha dimenticato cosa significa “resistere”.
Bellosi non scrive da solito “reduce” di un comunismo ideologico che ha cercato di combattere incarnandolo e non professandolo, vivendo sempre la passione di un’utopia di un mondo migliore che per lui era una lotta armata che facesse rivivere quei resistenti che da ragazzino accompagnava per i paesi della Valtellina.
Bellosi è un “pettirosso da combattimento”, è un uomo così grande da far ombra spesso a ciò che scrive. Se solo Bellosi, per una volta, venisse a patti con se stesso diventerebbe uno dei grandi scrittori italiani. Perché la Storia non l’ha raccontata, l’ha vissuta tatuata dentro come un amore, come un dolore, come qualcosa che non ha mai smesso di battere nel suo cuore perchè un cuore come il nostro, ridotto a calci nell’oblio, non è un cuore: è un muscolo involontario. Bellosi è ancora oggi un guerriero che in punta di penna affronta il mondo. Da solo, tra le feritoie della sua scrittura, dove s’intravede sempre quella che Pasolini chiamò, in uno scritto inedito del 1955 che ho pubblicato su “la Repubblica”, “La luce della Resistenza”. Così scriveva Pasolini: “Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire”. Ed è proprio “l’urgenza del capire” che si agita, anche sotto la cenere, in tutto il libro di Bellosi. Non c’è nulla di ideologico in Bellosi, se per ideologia non intendiamo l’essere (umano). Bellosi è un essere umano. Anche dentro e fuori la carta di questo romanzo che alla fine raccontando un uomo e una donna, sconfitti dall’esistenza, racconta di noi. La differenza è che i protagonisti si sono accorti di essere torturati, seviziati, imprigionati, esiliati. Noi no, perché il fascismo è in questa nuova dittatura democratica che si può sintetizzare in una frase: prima c’era un muro di gomma contro cui sbattere, adesso c’è solo un muro in cui svaniamo dentro. “Sotto l’ombra di un bel fiore” è da leggere per capire che era tremendo trovarsi di fronte ad un nemico tota(e)litario, ma era anche spaventosamente vitale. Almeno sapevi chi ti torturava e a chi sparavi. Oggi chi lo sa se sono buoni o cattivi gli indiani. E se anche Bellosi scrive che “La Resistenza avevo vinto il presente e perso il futuro” è necessario leggere questo romanzo, soprrattutto è da regalare e da far leggere alle nuove generazioni che troppo spesso si ribellano dalla parte del silenzio: nelle droghe, nell’alcool, nei social network. Prendono le armi contro se stessi perché questo mondo presente è davvero assurdo. Ma è così. E’ questo. E se non faremo la storia, almeno facciamo la nostra storia senza che nessuno invisibilmente ci manipoli. In fondo è questo che ci vuole dire Bellosi. E non è poco. Certe volte non basta essere primi in classifica o vincere premi letterari. Certe volte è obbligatorio, cioè umano, donare se stessi: ad ogni riga, ad ogni parola, ad ogni punto, non solo per estetica di scrittura ma per diventare il magma di una nuova azione popolare e, in fondo, profondamente cristiana.

Gian Paolo Serino