Roberto Farina racconta la nascita de I dolori del giovane Paz

Roberto Farina racconta la nascita de I dolori del giovane Paz

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Quando uscì nel 2005, questo libro avrebbe dovuto intitolarsi “Mi dispiace, Dorothy”, ma l’editore Coniglio disse che sembrava il titolo di un noir di terza categoria e che quindi non c’entrava niente. Fecero una riunione redazionale e dopo un lungo pomeriggio di caffeina e sigarette saltò fuori il titolo attuale, con il quale Milieu ha deciso di ristamparlo. Io almeno questa volta avrei voluto usare il titolo “Mi dispiace Dorothy”, ma l’editore Milieu ha detto che sembrava un titolo da fotoromanzo e che quindi non c’entrava niente.
I dolori del giovane Paz fu il primo libro che tentò uno studio critico biografico di Andrea Pazienza e della sua opera, anzi diciamo che fu proprio il primo libro su Paz. Andò esaurito in breve tempo, divenendo un’opera di culto. I contenuti andarono ad arricchire anche prestigiosi cataloghi d’arte pubblicati in occasione d’imponenti retrospettive pazienzesche.
Gli ammiratori facevano a botte per averne una copia. Una volta, alla fiera del libro di Casalecchio di Reno, un vigile dovette separare due studenti di una scolaresca di terza media, che stavano litigando pesantemente davanti a un banchetto dell’usato. “L’ho visto prima io” gridavano entrambi, minacciandosi con una scopa di saggina e un portaombrelli.
Il vigile dichiarò all’Eco di Casalecchio: “Ho visto l’odio negli occhi di quei giovanetti. Questo libro deve avere qualcosa di molto cattivo, per traviare così la nostra gioventù”. Partì pure una denuncia. Il magistrato l’accolse, salvo poi rendersi conto di avere spiccato un mandato di sequestro per un libro pubblicato ormai due anni prima.
“Figuraccia e vergogna in tribunale” fu il titolo dell’Eco.
Ah ah ah. Tiè.
Questa seconda edizione è accresciuta. L’intervento di Bifo si è arricchito grazie a un incontro tra lui e il sottoscritto, avvenuto nella casa di Bologna dove il professore vive fregandosene della crepa apparsa nei soffitti di tutte le stanze dopo l’ultimo terremoto. Quando gli ho chiesto se è vero che l’eroina dà gioia, mi ha risposto con una domanda: “Perché, la conosci?” “No”. “Ne fai uso?” ha continuato imperterrito, con la curiosità di quel mio migliore amico di terza elementare, quando a casa mia e mi domandò sottovoce dov’era che la mia mamma teneva la Nutella.
Anche il contributo di Lolli è stato integrato leggermente. Una ventina di righe in più, nelle quali il grande cantautore, tanto per cambiare, si lamenta. La prima volta che lo vidi mi confidò della malinconia provata quando durante un suo concerto si accorse che tutti si baciavano, eccetto lui, che cantava.
Il resto del volume è rimasto sostanzialmente invariato, fatta eccezione naturalmente per i sei nuovi pezzi, uno più tosto dell’altro: Coniglio, De Maria, Fiabeschi, Glioti (pronuncia: Ghlioti), Pagliàrulo, Riondino.
Che altro dire?
Sparagna l’ho incontrato ancora una volta, dopo l’intervista qui riportata. Era a una festa in un caffè di Pietrasanta, sorridente, pieno di capelli e con i pomelli rossi sulle guance. Sorseggiando un bicchiere di rosso, fissava gioiosamente la mia ragazza. Quando lo salutai e gli chiesi un’altra intervista, mi abbracciò, scolò il bicchiere, salutò la mia ragazza e lasciò il locale.
Munoz l’ho rivisto un pomeriggio sui Navigli. Gli ho offerto una spremuta di arancia e gli ho fatto leggere il suo pezzo, compresa la piccola introduzione. L’ha sorseggiato insieme alla spremuta, poi mi ha guardato serio e mi ha detto: “Dignitoso”. Finita lì.
Scòzzari l’ho rivisto una sera al Leoncavallo. Mi sono presentato, gli ho ricordato il nostro incontro. A poco a poco gli si è illuminato lo sguardo. “Ah, sei tu quello di quel libro…” Ha sibilato: “I giovani brocchi alzano la testa!” Poi, dopo una manciata di secondi in cui mi ha guardato serio, ha sorriso e mi ha invitato a casa sua. “A pranzo o cena, vedi tu, quando vuoi”. Bel tipo.
Sono sempre stato grato agli artisti. L’arte aiuta a superare le difficoltà, trasformandole in un’opportunità. Se la vita ci ficca in corpo delle schegge, l’arte ci aiuta a distruggerle. Le sublima. Come dire: ce le fa sputare fuori. Il racconto è terapeutico, sempre.
Gli artisti sono degli eroi, anche quando sono degli stronzi. Volenti o nolenti, sono sempre dalla parte dei più deboli, degli ultimi, dei marginali, dei perdenti. I vincenti, del resto, non hanno bisogno dell’arte. Loro hanno la vittoria. Non che siano da schifare, i vincenti, ma non hanno bisogno degli artisti, tutto qui.
In questo la penso come Pagliàrulo, un altro dei protagonisti di questa seconda edizione. Fu lui, durante un aperitivo a base di Negroni, a scagliarsi in una filippica contro la vittoria: “La vittoria?” disse. “La vittoria è degradante, perché innalza. Innalza e quindi allontana dalla verità della vita. La verità striscia! Salute!” Sorso, pausa. “Vedere un uomo sollevare le braccia al cielo facendo smorfie di gioia… Geeesù! Hai vinto, e con questo? Che merito c’è? Non farla tanto lunga e ricomponiti, perdio!”.
“Beh, però c’è una nobiltà nella vittoria. Dopo tutto, è il coronamento di una vita di sacrifici” dissi io.
“Tutti possono vincere. Solo i migliori perdono”, concluse lui.
“Ma scusa, chi sono i perdenti, dopo tutto?”
“Sono quelli ai quali resta l’aver tirato i dadi, anche se la posta in gioco è andata perduta”.
“Alla Jack London!”.
“Sei un bravo ragazzo, che legge”.
Ai saluti, prima di prendere strade diverse, Pagliàrulo mi disse, come confidandosi: “Da bambino, quando con mio papà guardavo la gara dei cento metri, io seguivo sempre l’ultimo. Le telecamere inquadravano il vincitore, e io con lo sguardo cercavo l’ultimo. Che ne sarà di lui, mi chiedevo. Capisci? In quei pochi secondi aveva perso tutto. Mi chiedevo: chi è quello lì? come passerà la notte? come farà a ripartire? Quella era la sola cosa che mi interessava e ancora adesso è così. Nella sconfitta vibra l’umanità. La vittoria è stupida come un lieto fine!”.
Eh beh. Comunque, Massimo Pagliàrulo a parte, una cosa è vera: è molto più interessante Rocky Uno di Rocky Due; i sette samurai ci conquistano quando nel finale restano soli e non se li caga più nessuno; i fuorilegge del mucchio selvaggio li amiamo quando se ne vanno all’inferno, portandosi dietro tutti quei bastardi. Questo per stare in ambito cinematografico.
Per quanto riguarda i miti greci, vi chiedo: è più interessante Zeus o Prometeo?
La letteratura manco a parlarne: da Don Chisciotte in poi non esiste una figura cardinale che non sia un perdente.
Sui fumetti facciamo presto: Paperino batte Topolino dieci a zero.
Questo giochetto si può fare per tutte le arti. Provate e ditemi se ho torto quando dico che, a ben guardare, vincono sempre i perdenti.
Il fatto è che nella vita reale, dove è obbligatorio essere belli sani forti e invincibili, nessuno pensa ai perdenti, se non gli artisti. Dio benedica i perdenti, che sono il sale della terra, e benedica gli artisti, che ce li raccontano.
Ci voleva Andrea Pazienza per raccontare Pompeo. Un’opera così può nascere solo nella sconfitta. Come disse il poeta: “Solo nella notte splendono le stelle”.