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On the Brinks

Bestseller in diversi paesi, On The Brinks racconta in prima persona le due vite di Sam Millar, dall’attivismo nell’Ira alla partecipazione a una delle più famose rapine della storia americana: una storia avvincente e adrenalinica.
Del resto di spunti narrativi nella vita di questo ex militante dell’Ira divenuto scrittore crime di successo ce ne sono tantissimi. Dall’infanzia difficile nei quartieri cattolici di Belfast, alle lotte nel carcere di Long Kesh al fianco di Bobby Sands, dalla militanza nell’Ira, l’esercito repubblicano irlandese, fino al colpo milionario a New York negli anni novanta. Ma al fianco dell’indubbio interesse storico per le vicende narrate, che ripercorrono tutte le tappe più importanti del conflitto secolare tra irlandesi e inglesi, c’è la scoperta di uno scrittore che in forza del suo precorso esistenziale così burrascoso, racconta il mondo criminale e la strada come pochi, con uno sguardo e una scrittura veloce e cruda, senza compromessi.

Memorie di un ladro filosofo

Ladro filosofo, Fantomas della laguna, Sindacalista delle carceri, Re dei ladri, i soprannomi si sprecano per Vincenzo Pipino, che ha il vezzo di farsi chiamare “ladro gentiluomo” e può vantare nel suo curriculum ricco di imprese avventurose di aver portato a segno il primo e unico colpo a Palazzo Ducale di Venezia ma anche di aver messo le mani – due volte – sulla galleria privata di Peggy Guggenheim. Senza dimenticare il famoso furto del Canaletto in casa Falck, alle Zattere. La sua recente carriera di scrittore si deve almeno in parte a Toni Negri. Pare sia stato proprio il filosofo padovano a indirizzarlo verso la scrittura: «Sono rimasto affascinato dalla sua saggezza», ha dichiarato più volte. Risulta infatti impossibile rimanere indifferenti davanti alla ironia dissacrante e capacità innata di affabulare di Pipino. E si rimane ovviamente rapiti anche dal tema dei sui scritti: furti, fughe, notti brave, episodi sepolti nella memoria popolare e nei segreti del vecchio milieu malavitoso, spesso ai limiti dell’incredibile.
Il suo primo libro Rubare ai ricchi non è peccato, ha fatto molto dicutere ottenendo critiche. Pipino torna ora con altri ricordi sulle sue imprese veneziane e sulle ricche capitali europee. Una narrazione a volte tragica, a volte ironica, mai banale, che dietro a un apparente distacco finisce spesso per porre con forza lo sguardo sulle ineguaglianze della nostra società, tra ricchezze incalcolabili e povertà estrema.

Fuga da Fresnes

C’è un vecchio adagio che recita: “bergamaschi, terra di muratori e rapinatori”. A cavallo tra anni Settanta e Ottanta, tra le tante batterie di banditi all’assalto di banche e portavalori, tra politica e criminalità, la mala bergamasca era tra le più temute e rispettate.
Un vento fuorilegge che soffiava forte tra quelle terre aspre, come la Val Cavallina da cui proveniva il nucleo storico della Banda dei bergamaschi. Figure epiche tra cui spicca Pierluigi Facchinetti, bello e dannato fino alla leggenda, che prima di morire a 31 anni sotto una pioggia di proiettili con una Colt in pugno, si era lasciato alle spalle le polizie di mezza Europa. Nemico pubblico numero uno in Svizzera, Francia, Olanda per sequestri, omicidi e rapine, ricercato e temuto da doganieri e gendarmi.
Protagonista di diverse evasioni, una in particolare destinata a entrare nella storia, quella dal penitenziario di Fresnes, vicino a Parigi, per tutti l’Alcatraz francese, perché nessuno a parte lui è riuscito a evadere da lì. Una storia molto conosciuta a livello internazionale quella di Facchinetti e quasi rimossa da noi, soprattutto per le circostanze misteriose legate al progetto di rapire Silvio Berlusconi per conto di una importante banda criminale francese. Un progetto fallito, a seguito del quale tutti gli elementi della banda saranno eliminati in maniera misteriosa. Emiliano Facchinetti, fratello di Pierluigi, con cui ha condiviso alcune delle vicende narrate nel libro, racconta la parabola della banda bergamasca fino al tragico epilogo, mischiando i propri ricordi con quelli in gran parte inediti di banditi dell’epoca.
Un memoir mozzafiato arricchito da aneddoti e documenti rimasti finora secretati, intenso come un film noir, che spopolerà tra i cultori del genere criminale, ma che finirà per incuriosire tutti gli appassionati di storia e politica, con il racconto del mancato sequestro che avrebbe cambiato interamente le sorti della vita italiana degli ultimi trent’anni.

Il gobbo del Quarticciolo

La storia di un ragazzo, con una lieve protuberanza sulla spalla destra poi ingigantita dalla sua fama e dalla leggenda popolare, che si trovò giovanissimo tra i protagonisti della lotta delle borgate romane contro il fascismo.
Dopo l’8 settembre 1943 Giuseppe Albano, il “Gobbo del Quarticciolo”, partecipò alla Resistenza, rendendosi protagonista di azioni di grande temerarietà, fino a essere imprigionato nelle celle di via Tasso. Dopo il 4 giugno del ’44, giorno
della liberazione di Roma, accadde però qualcosa di inaspettato: Albano si coinvolse in imprese di criminalità comune come estorsioni, collaborazioni con la polizia e doppi giochi tra i partiti della sinistra e associazioni paragolpiste.
Il “Gobbo” – che finì per credersi un potente boss della malavita e un abile manovratore – fu in realtà assai più spesso manovrato, in un gioco troppo difficile e scorretto per essere compreso da un ragazzo che, benché considerato il “nemico pubblico numero uno” a Roma, aveva solo 18 anni.
La ricostruzione della vita del “Gobbo”, basata sull’analisi e sugli incroci delle più disparate versioni attribuite alle sue gesta, nonché sui racconti e sulle testimonianze inedite di persone che lo conobbero, accompagna il lettore nella comprensione di una personalità ingenua e complessa insieme. Nella parte conclusiva del racconto, si rivela un colpo di scena che conduce a una verità storica sconcertante e fino a oggi inimmaginabile.

La casa del nulla

“Questo è un documento di storia orale. Queste evasioni, questi omicidi, queste rapine, queste rivolte sono tutte realmente accadute, ma se davvero come le abbiamo descritte non lo sappiamo. Noi riportiamo storie narrate da altri, spesso trasfigurate dal ricordo e dall’entusiasmo di colui che le raccontava. Abbiamo cercato di trasportare nel libro un mondo attraverso i fatti che vi avvengono, i sentimenti che si provano, ma anche, e forse soprattutto attraverso i suoi miti. (…) Molti personaggi sono noti alle cronache e vengono citati per nome e cognome, altri hanno soprannomi che ne svelano e velano l’identità. (…) Oggi molti di loro sono diversi da allora. E certamente tutti racconterebbero quei fatti con toni ma anche con sequenze diverse. Insomma, questo libro è un romanzo, non una testimonianza diretta. E come i romanzi racconta trasfigurate, e con qualche licenza, storie realmente vissute.” Con queste parole gli autori raccontavano il senso e il metodo usato per raccogliere le storie che compongono l’affresco di memorie de La casa del nulla, opera di culto sospesa tra storia orale, letteratura carceraria, racconto corale e antopologico.

Il ragazzo di via Padova

Arnaldo Gesmundo, classe 1930, milanese di via Padova, è stato uno dei sette componenti del commando di rapinatori che il 27 febbraio 1958 a Milano assaltò un furgone portavalori in via Osoppo, un colpo passato alla storia come “la rapina del secolo”. Arnaldo, soprannominato dalla stampa Jess il bandito, non ha vissuto solo quell’esperienza, la sua esistenza è impregnata di avventura e storia, 50 anni di cronaca italiana e di “etica criminale”. Jess si racconta in questa biografia, scritta a quattro mani con Matteo Speroni, autore milanese da sempre attento alle storie provenienti dai quartieri più periferici e vivi della città. Arnaldo, oggi un tranquillo pensionato, ricostruisce la sua vita come metafora di una generazione perduta, dalla Milano popolare degli anni bui del fascismo, all’immediato secondo dopoguerra con via Padova come paradigma sociale di quell’epoca e della città in continuo mutamento. La vita di strada, la vecchia mala milanese, la violenza cruda della guerra, dal rito iniziatico della fuga giovanile a Marsiglia, altro luogo simbolo, alla voglia di rivalsa dei primi furti, fino agli spettacolari assalti alle fortezze del danaro, banche e furgoni portavalori, la sua specialità. Una parte dell’opera ripercorre le terribili vicende di cui fu diretto protagonista nelle galere di tutta Italia dagli anni del boom economico fino alle rivolte carcerarie degli anni settanta, con analisi approfondite e mai banali, degne di un criminologo, senza fare sconti a nessuno.
Storie di vita e malavita, arricchite da un’importante documento inedito: il carteggio tra Arnaldo Gesmundo e Franco Di Bella, storico capocronista del Corriere della Sera.

Il bandito dell’isola

Noto come il bandito dell’Isola, quartiere milanese un tempo abitato da malavitosi, Ezio Barbieri è stato il nemico pubblico numero uno del dopoguerra. Nel 1945, in una Milano affamata e semidistrutta, con Sandro Bezzi dà vita alla banda della Aprilia nera, ancora oggi una delle bande mitiche per tutti gli appassionati di noir e storie criminali. A bordo di una scattante Lancia Aprilia sfuggivano alle forze dell’ordine dopo aver rapinato banche e facoltosi industriali, scorrerie in stile Robin Hood che spesso terminavano con la distribuzione di parte del bottino tra gli abitanti del quartiere.
Dopo una serie di evasioni e la morte violenta di Bezzi, Barbieri si ritrova protagonista, suo malgrado, della più grande rivolta carceraria del secondo dopoguerra, la Pasqua Rossa di San Vittore. Condannato a trent’anni comincia una lunga odissea nei peggiori penitenziari d’Italia e solo nel 1971 inizia in Sicilia una nuova vita da uomo libero, come stimato commerciante di vini. Alle soglie dei novant’anni Barbieri ricostruisce per la prima volta la sua vita avventurosa, dalla Milano del dopoguerra all’odissea nelle nostre peggiori carceri, una biografia ricca di aneddoti sui personaggi cult della storia criminale italiana.

Kociss

“Vite come quella di Kociss, per quanto raramente, finiscono più facilmente nella leggenda che nella storia. In genere se ne occupa la cronaca, quella nera o quella sociale, per imprimervi stigmi patetici, grotteschi o criminali. Quanto alla storia, di solito le macina indifferente, vite di scarto, numeri vuoti. La leggenda, per queste vite, è di per sé una via di fuga, di riscatto dall’oblio e dalla desolazione della marginalità, uno strumento per restituire alla vita una consistenza, una verità. È forse l’ultima leggenda prodotta da Venezia nel Novecento, quella di Silvano Maistrello detto Kociss, che questo libro di Roberto Bianchin – come le canzoni e i testi di Giovanni Dell’Olivo per lo spettacolo teatrale con la regia di Gianni De Luigi – racconta benissimo, in modo struggente e avvincente, con materiali di prima mano. In effetti, si tratta forse dell’ultima leggenda prodotta in assoluto da una città che nella sua storia ne ha create moltissime e che infatti è stata definita “la Shakespeare delle città” per la sua capacità (che corrisponde al suo destino) di vivere costantemente, con arte e naturalezza, al confine tra dramma, tragedia e commedia.”
Gianfranco Bettin

Lo statuto dei gabbiani

La vita avventurosa di Horst Fantazzini sembra scritta per diventare leggenda. Nato in Germania nel 1939, ha fatto la sua prima rapina appena diciottenne nei dintorni di Bologna, armato di una pistola giocattolo. Un gesto che gli è valso presto l’etichetta di “bandito gentile” che, insieme ai soprannomi “primula rossa” e “rapinatore in bicicletta”, accompagneranno una vita in cui Horst ha svaligiato le banche di mezza Europa senza mai smettere, in qualità di militante anarchico, di lottare per la giustizia e l’uguaglianza sociale. Protagonista nel 1973 di un clamoroso tentativo di evasione dal carcere di Fossano, ha dedicato a quell’esperienza un famoso testo letterario, Ormai è fatta! (diventato un film con Stefano Accorsi), che testimonia anche della grande forza narrativa trasfusa da Fantazzini nei suoi scritti, raccolti per la prima volta in forma integrale in questo volume: saggi, lettere, poesie e racconti. Un omaggio a Horst Fantazzini a più di dieci anni della sua morte, avvenuta a Bologna nel Natale del 2001, a pochi giorni dall’arresto dopo un’ultima tentata rapina in bicicletta.