On the Brinks letto da Diego Gabutti

On the Brinks letto da Diego Gabutti

Era (apparentemente) una perla d’uomo ma ne aveva combinate più di Bertoldo. Compreso il più grande furto mai fatto negli Usa
di Diego Gabutti

Felicemente sposato, quattro figli, irlandese, proprietario d’un negozio di fumetti vintage nel Queens, un inquilino modello per il padrone di casa e una perla d’uomo per i suoi vicini, bravo cattollico, tutte le domenica a messa, mai una sbronza, l’irreprensibilità fatta persona, Andre Singleton gettò la maschera (anzi la mascherina nera, da ladro neanche tanto gentiluomo) quando l’Fbi lo pizzicò dopo la grande rapina del 1992 alla Brinks, una ditta portavalori di Rochester, nello Stato di New York.

Fu un colpo memorabile, che fruttò un bottino di otto milioni di dollari, il più alto mai registrato negli Stati Uniti. Per portare via tutte quelle svanziche, molte delle quali in biglietti da un dollaro, bastò a malapena un forgone (come racconta lo stesso rapinatore in un grande libro di memorie, On The Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese, Milieu 2016, pp. 326, 16,90 euro, eBooks 8,99 euro). Purtroppo, al pari d’ogni altra cosa, anche i furgoni hanno due facce, una dispari e una pari: quella pari è che puoi caricarci (strizzandoli un po’) otto milioni di dollari, quella dispari è che lasciano delle tracce (i testimoni ne ricordano il colore, l’asfalto e i brevi tratti sterrati conservano l’impronta degli pneumatici). Anche Andre Singleton, del resto, aveva più d’una faccia: rapinatore e commerciante di fumetti, era anche Sam Millar, ex Ira, un nazionalista irlandese di quelli tosti che anni prima aveva fatto parte del gruppo degli «uomini coperta» del carcere di Long Kesh, dove insieme ad altri irriducibili si rifiutò per otto lunghissimi anni, dal 1976 in avanti, d’indossare la divisa da carcerato accontentandosi d’una coperta per coprirsi le spalle. Fu la blanket protest, per l’appunto la «protesta delle coperte», alla quale s’aggiunse nel 1978 anche la dirty protest, la «protesta dello sporco»: sei lunghi anni senza mai lavarsi, radersi, tagliarsi i capelli. Pestati, umiliati, affamati, «trattati come bestie» secondo osservatori sia parziali che imparziali, Millar e gli altri «uomini coperta» vinsero la partita quando, dopo lo sciopero della fame che costò la vita a Bobby Sands (un pezzo grosso dell’Ira eletto deputato durante lo sciopero) e ad altri nove nazionalisti, l’amministrazione carceraria rinunciò a pretendere che gl’irriducibili di Long Kesh si vestissero da detenuti, come i Bassotti nelle storie di Paperino.

Brutta cosa, come si vede, il sistema giudiziario inglese, che consentì ogni sorta d’illegalità ai suoi funzionari e giudici nel corso della guerra degli anni sessanta-settanta al terrorismo irlandese. Ma l’Ira, in fatto d’efferatezze, non era seconda a nessuno. Furono gli attivisti dell’Ira, secondo quel che si racconta, a inventare l’attentato suicida per procura: si presentavano di buon mattino a casa di qualche impiegato o uomo di fatica della locale caserma o stazione di polizia, gl’imbottivano di tritolo l’automobile e, puntando una pistola alla testa di sua moglie e dei suoi figli, gl’intimavano di farsi saltare in aria una volta superati gli sbarramenti se non voleva che gli sterminassero la famiglia. Sam Millar, in gioventù, era uno di questi simpatici combattenti: un criminale sociale, più in stile Al Capone o al Baghdadi che in stile Robin Hood o Raffles, il ladro in guanti gialli. Una volta scarcerato, Millar emigrò a New York, dove visse per anni senza permesso di soggiorno, dapprima lavorando come manager di casinò clandestini a Manhattan, poi spostandosi nel Queens, dove aprì la sua bottega di fumetti, di cui era un lettore compulsivo e un intenditore raffinato (le sue memorie si chiudono con un ringraziamento ai «fumetti della DC Comics, per avermi mostrato come fuggire, e ai fumetti Marvel, per avermi mostrato come fuggire ancora meglio. (Ma soprattutto) non dimenticherò mai Le avventure di Tintin di Hergé»).

Bandito per vocazione, avventuriero naturale, Millar non volle farsi mancare, dopo la rivoluzione e il gioco d’azzardo, la suprema avventura da fumetto: il grande rififì, la rapina del secolo. Gli andò male: si confidò con un prete irlandese, Patrick Malooney, che invece d’aiutarlo a nascondere il bottino, come aveva promesso, gliene involò una parte e poi cercò di scaricare ogni responsabilità su di lui al processo. Ma gli andò anche bene: fece soltanto un paio d’anni di galera, i secondini americani non lo pestarono a sangue come avevano fatto quelli inglesi e alla fine fu mandato a scontare gli ultimi mesi di pena in Irlanda, nel cortile di casa, a Belfast, tra i vecchi amici. Qui cominciò una fortunata carriera d’autore di romanzi criminali, nessuno dei quali finora tradotto in Italia. Io li tradurrei. Non dovrebbero essere male. Millar è un narratore nato.

(tratto da Italia Oggi, agosto 2016)