On the Brinks letto da Alberto Prunetti

On the Brinks letto da Alberto Prunetti

On the Brinks

Micidiale. Un esempio di narrativa working class, scritto dal fango con lo sguardo verso le stelle. C’è l’ironia cinica del proletariato irlandese, l’orgoglio anticoloniale, la non sottomissione del refrattario che mai si arrenderà, le asprezze dell’urbanistica proletaria di Belfast intervallate da lancinanti descrizioni liriche.
La parte carceraria è stratosferica. La battaglia di Long Kesh mi ha fatto rizzare i peli sugli avambracci. Notevole anche l’inserimento di materiali veterotestamentari (l’autore, un Giobbe alle catene, deve aver potuto leggere in carcere solo la Bibbia per parecchi anni).
A tratti mi è venuto in mente un altro mio personale working class hero, Steve McQueen. Ho ripensato a Papillon, oltre che ovviamente al bel film più recente del suo omonimo, il regista autore di Hunger. È un Papillon che non si arrende mai, Sam Millar, non importa quante botte gli dai in capo, rimarrà sempre lì a dirti: maledetti bastardi, sono ancora vivo!
Vedo che molti lettori tendono a distinguere la prima e la seconda parte del libro. È vero, la prima parte è potentissima. Il prigioniero sembra un personaggio dostoeskiano, a tratti, ma è un Dostoevskij che odora di birra stout, con un’ironia assolutamente working class che mancava al gentiluomo russo. La seconda parte, quella americana, dove il protagonista racconta come ha rubato sette milioni di dollari, è stata criticata nelle recensioni perché presenterebbe delle lacune, ci sono cose che non sono spiegate, omissioni, etc etc. Ma del resto: che doveva fare, il buon vecchio Sam? Il territorio è sensibile e non poteva dire tutto, o avrebbe pestato qualche merda. Si sarà appellato al Quinto Emendamento. (tratto da www.quattrocentoquattro.com)