Introduzione a Teoria del lavoro reputazionale

Introduzione a Teoria del lavoro reputazionale

Sul muro di una scuola elementare del quartiere in cui abito è comparsa da qualche tempo una scritta in rosso che recita “NO TAV, SI AL LAVORO UTILE E DIGNITOSO”. Tutte le volte che passo davanti alla scritta penso a quanto sia cambiata la prospettiva delle proteste giovanili in Italia e in Occidente. Una sorta di emorragia dei consensi della lotta rivoluzionaria che si sostanzia in una richiesta dignitosa, possibilista e non pretenziosa, addirittura utile. Ogni volta che rileggo quella scritta mi prefiguro la crisi profonda delle lotte e mi capita di pensare indirettamente e per contrasto al suo impatto estetico, al suo display, più che alla sua funzione politica. Credo sia una deformazione professionale o forse una semplice abitudine, ma quel testo vergato in rosso con quel lettering associabile ai movimenti di protesta e perfettamente posizionato per essere letto dalla strada, mi ha rimandato, per forma e contenuto, ad alcuni interventi d’arte contemporanea.1 Non mi meraviglierei, infatti, di trovare una scritta simile in qualche biennale, nelle sale di un museo o meglio ancora alle pareti provvisorie di un booth affollato di una fiera d’arte internazionale. In questi casi però, lo slogan dei cauti e ignoti antagonisti, si trasformerebbe in qualcosa di più perentorio. Un’artista, non senza presunzione, mirerebbe alla luna, forse ripeterebbe il messaggio e, pur sapendo di non volerla raggiungere (la luna), concluderebbe il suo lavoro con un icastico NO AL LAVORO. Si perché oggi l’arte e il lavoro sono due ambiti che si sovrappongono più di quanto possa sembrare. Sono in una relazione problematica con la contemporaneità e si ridefiniscono in continuazione. L’arte è interessata a osservare e raccontare il lavoro, a denunciarne lo sfruttamento, a guardare in maniera autoriflessiva alle condizioni del lavoro e a quello artistico, al suo riconoscimento, alla sua legittimazione. L’arte si rivede nel lavoro pur rappresentando un ambito professionale atipico ed è forse per questa ragione che ha bisogno di auto-analizzarsi per comprendersi, per scoprire che strade sta prendendo. Negli anni, lavorando in maniera più o meno costante insieme a una costellazione di figure che si occupano d’arte, ho preso parte a moltissime riunioni in cui si è discusso e ridiscusso sullo stato dei lavoratori e del lavoro artistico. Tutte quelle riunioni mi davano l’impressione, e credo la dessero a tanti altri partecipanti, che il senso delle discussioni, a volte anche interessanti, non stesse nella risoluzione di un problema dato, ma nella loro stessa circolarità. Si sentiva, ed era percettibile, l’esistenza di una generale soddisfazione nel mantenere le discussioni a livello teorico e non la necessità di sporcarsi le mani con qualsivoglia sforzo pratico. Insomma sembrava evidente che non vi fosse la voglia e in alcuni casi la necessità, di cercare e trovare conclusioni concrete. A volte ci si incontrava in dei ristoranti cinesi e alla terza birra qualcuno azzardava un piano di intervento che puntualmente naufragava il giorno dopo in un Google doc che nessuna delle persone invitate avrebbe mai aperto. Paradossalmente molti lavoratori dell’arte sembrano più interessati a fare grandi cose o a prodursi in sforzi titanici a favore di gruppi deboli e marginalizzati della società, ma appaiono non essere in grado di affrontare sistematicamente la situazione di precarietà in cui loro stessi sono immersi. L’esempio dell’arte è sintomatico di una condizione che tende a ripetersi e che non riesce a soddisfare il bisogno di aggiornare tattiche di protesta e di lotta. L’obsolescenza di molti dei movimenti che rivendicano diritti e che avanzano proposte, sta forse nella loro marginalizzazione e purtroppo, nella loro stesa sopravvivenza. Perché se è vero che le sconfitte e la regressione dei movimenti di protesta e di lotta dimostra chiaramente un alto grado di inefficienza, è anche vero che a queste sconfitte continue non fa seguito una capitolazione definitiva. L’approccio politico a cui siamo stati acculturati, ognuno alla propria maniera e ognuno con modalità diverse, se da un lato deve adattarsi e trasformarsi in maniera dinamica contemplando un certo grado di attività speculative capaci di contrastare la potenza della controparte, dall’alto deve guardare costantemente al proprio interno. L’inefficienza dell’arte contempora- nea di operare in questo senso e la sua capacità parallela di leggere le necessità e i bisogni della società contemporanea, diventano i punti di partenza di questa indagine. Uno studio che nell’affrontare il malessere delle forme di socialità e del lavoro, guarda in maniera più allargata alla crisi della vita digitale, alla proliferazione dei media quali vettori di una conoscenza quantitativa e al ventre debole dell’oramai onnipresente edonismo emotivo e ideologico della politica.

Vincenzo Estremo