Gli scamiciati di Paolo Valera

Gli scamiciati di Paolo Valera

Introduzione agli Scamiciati, il seguito di Milano Sconosciuta di Paolo Valera

Ogni qualvolta ci tocca leggere in un giornale o in un libro, che l’autore ha vissuto ai
fianchi della plebe, per provare ch’egli è saputo in materia, un fiotto di rabbia ci scappa
dal labbro.
Bisogna averla avvicinata, esser disceso nel sottosuolo, saperne i costumi, le sofferenze,
i digiuni, le ingiustizie. Bisogna aver vissuto con lei; aver riposato sullo stesso
capezzale di granito o di paglia, aver indossato gli stessi cenci, essersi riscaldato al gran
fuoco comune: il sole. Bisogna aver provato il pungolo della fame sotto il cielo inondato
di luce, tra gli uccelli che si cibano liberamente innanzi alle risorse della natura; bisogna
aver pianto tra un mondo di gente paffuta e allegra e brilla che passa e ripassa sotto
agli occhi, quasi, insulto, quasi scherno alle budella che rumoreggiano sordamente…
Bisogna insomma aver attraversato tutte le vicissitudini che rappresentano la lunga
catena del martirologio plebeo che di anello in anello va a lambire i piedi del boia.
Fuori di questa condizione, non si possono dire sulla “canaglia” che menzogne,
buaggini, asinerie; non si possono scrivere che romanzi.
È del resto un pervertimento generale.
Un giorno leggi gli orrori che desta un uomo che muore sul letto di una bagascia,
quasi gli accidenti non potessero amoreggiare nei postriboli. Poi raccapricci alla narrazione
di un ubbriaco, sul quale l’umano scrittore, con parole sdegnose, invoca la protezione
della legge, per fare di un uomo onesto, un padre disonorato e un maritò perduto
per sempre.
Un altro giorno è la stupidissima società zoofila, che teneramente versa lagrime
sulla groppa di un somaro e piange innanzi a un mulicidio o a un bovicidio o a un
gatticidio, per poi cibarsi tra le pareti domestiche, di polli, di lepri, di tordi, di pesci, di
manzo, di vitello, di maiale…
Un altro giorno ancora è una tirata contro un povero diavolo che spezzò il filo della
vita per rispettare la roba altrui, citando ad esempio un Quasimodo per soprassello cieco, e un Uomo che Ride senza gambe, i quali perdurano coraggiosamente sul sentiero
della miseria nera.
Poi vengono i fulmini contro le innominabili scellerate Perdute, ch’escono dall’antro
ad attentare alla castità degli uomini e a confondersi colle oneste. Capperi! Poi una
requisitoria contro il selvaggiume dei mastini di pubblica sicurezza. Poi… una pugnalata
nella schiena di coloro che snudano crudelmente le turpezze sociali, chiamandoli
immorali e peggio, quasi la flagellazione del vizio fosse il vizio stesso!… Ah! ah! Poi…
Una menzogna continua… L’ipocrisia che si cammuffa e siede trionfalmente sul trono
della verità.
Ma è tempo di spazzare le piazze di codesti farabutti, che sotto il manto del filantropo,
di gente che darebbe il sangue pel benessere dei tribolati, si nasconde la feccia
sociale, l’ulcera che infetta tutte le istituzioni.
Sbarazziamoci di codesti bugiardi umanitaristi, ruffiani del popolo, che educano
l’operaio all’egoismo del mutuo soccorso e suscitano in loro l’acre voglia di diventare
proprietari di case, per ridurli tiranni alla loro volta delle classi misere.
Riduciamo al silenzio codesti sciocchi predicatori, che bandiscono dall’alto dei teatri
la pace, la fratellanza, solo per allietare le loro orecchie dei sonori battimani che ingenuamente
prodiga loro una turba credulona.
Abbominiamo tutto quel ciarpame di pennaiuoli, di latrinisti, di mascalzoni in cappello
a cilindro che brucia l’incenso sulla bara dell’uomo che ha saputo mettere in serbo
100, 200, 800 mila, un milione, dieci milioni di lire, grazie a scandalose operazioni,
per poscia scagliarsi contro il poveraccio che ha rubato venti centesimi di pane.
Sputacchiamo in viso a tutti codesti miserabili — assassini mancati — che svillaneggiano
pubblicamente la venditrice di deliri carnali, per poi andare da lei, di soppiatto,
a saziare gli appetiti libidinosi. Ma non sono esse forse che salvano le vostre figlie e le
vostre mogli dalla furia degli uomini?
Smascheriamo quel branco di arfasatti che sbraita al vandalismo pei ricami fatti
dall’edera sur un marmo vetusto, per poscia rimanere muto come gli edifici che vorrebbe
salvaguardati dalla tempesta del tempo e dalle maledizioni degli affamati, innanzi
ai paria della società anonima, cui la scelleraggine degli azionisti ingrassati, considera
ancora meno dei quadrupedi.
Il pervertimento è del resto generale.
Non si cerca già di prevenire il così detto delitto, ma di punirlo. Tutto l’ingegno
degli omenoni sta nel civilizzare i mezzi di tortura, per non guadagnarsi la fama degli
Arbuez. Ma tra questi e quelli quale differenza? Siamo sinceri. I Torquemada strozzavano
il corpo con orribili ordigni, lo bollavano a fuoco, lo mutilavano anche, ma poi lo
abbandonavano alle lingue gialle che rapide si innalzavano al cielo colle ceneri della
vittima.
Tutto era finito.
I contemporanei del XIX secolo invece non ti buttano addirittura sul rogo. La vittima
serve loro di giocattolo come il gomitolo di refe tra le zampe del micino. Non le
lasciano mai vomitare l’ultimo buffo di vita.
Leggete i codici vecchi e nuovi, compulsate la legge sulla Pubblica Sicurezza, penetrate
negli anditi spaventevoli della questura, passate dal banco degli accusati della
Pretura urbana a quello del Tribunale correzionale, per fermarvi nella gabbia della
Corte d’assise; alloggiate nelle carceri cellulari e in tutte quell’altre case così dette di
correzione; passate qualche anno a domicilio coatto, gustate le dolcezze del silenzio
continuo in un ergastolo o del lavoro forzato in un bagno, e vi persuaderete che i primi
valgono gli ultimi.
Animati da questi principi, che non ci porteranno sicuramente fortuna, in questi
tempi in cui la verità è impunemente schiaffeggiata, e senza alcuna velleità letteraria,
poiché non desideriamo aggregarci a nessuna di quelle chiesuole che si acciuffano per
questioni di campanilismo e gridano al parvenu, come i vecchi idealisti, il vade retro
satana, pubblichiamo Gli Scamiciati, lavoro modesto, ma che riuscirà, speriamo, di
una verità straziantemente vera.
Sono lagrime raccolte, gemiti ascoltati, anatemi scagliati insieme; è l’odissea di una
banda di ladruncoli che incomincia a discutere, a smelmarsi, insorgendo contro tutto
questo mondo di vigliacchi che percote e vitupera, assassina e distrugge.
È in una parola la detronizzazione della logica borghese. Ovvero sono gli straccioni
che sbucano dalla cloaca per prender posto al banchetto della vita.